LE EVIDENZE ETRUSCHE

MALIGNANO (Sovicille)

La Necropoli etrusca di Malignano sorge a ridosso di un’importante via di comunicazione, che collegava i grandi centri di Volterra e Populonia con l’Etruria meridionale. I rinvenimenti archeologici principalmente funerari, delineano il tracciato dell’antica direttrice viaria, lungo le pendici della Montagnola. Tra i più antichi ritrovamenti alcune tombe a pozzetto databili tra VIII e VII sec a.C, mentre al IV secolo tre stele funerarie a ferro di cavallo con iscrizioni etrusche, che testimoniano la presenza sul territorio di un èlite colta.

A partire dal IV secolo a.c il territorio di Sovicille è interessato da un incremento demografico con l’area di Rosia come polo centrale del popolamento: sui rilievi della montagnola compaino i “castellieri” strutture fortificate con funzione di controllo della pianura egricola e delle vie di comunicazione.

Alla fine del II sec a.C gli abitati e le necropoli vengono abbandonati a causa dell’avanzata romana e la fondazione del municipio di Siena (86 a.c).

Il complesso archeologico di Malignano (Poggio Luco di Malignano: Lucus in latino BOSCO SACRO)  è composto da 28 tombe scavate nella roccia, messe in luce nel corso di due serie di campagne di scavo, rispettivamente nel 1964 -1965 (Etruscan Foundation) e nel 2000-2002 (Soprintendenza per i Beni archeologici della Toscana)

Attualmente sono esposte al pubblico 11 tombe distinguibili in tipologie:

-Tombe a camera centrale

-Tombe a grotticella o nicchiotto

-Tombe a pozzetto

Sia le strutture che i corredi funerari sono databili tra la metà del III e il II sec a.C.

BIBLIOGRAFIA

Battaglia M. 2012, Necropoli di Malignano, Sovicille (SI): Tomba 2. La ceramica a vernice nera, Tesi di Laurea, Università di Pavia, AA 2012-2013.

Godino Y. 2012, Ricognizione archeologica nel territorio di Sovicille (SI): contributo per la redazione della Carta Archeologica della Provincia di Siena, Tesi di Laurea, Università di Siena, AA 2011-2012.

Meredith Phillips K 1965, Relazione preliminare sugli scavi promossi dalla Etruscan Foundation nella provincia di Siena, in “Notizie degli Scavi”, XIX , pp. 11 – 29.

E. Sorge, M. Battaglia, Y. Godino, 2011; Sovicille (SI), Poggio Luco di Malignano. Nuove indagini archeologiche nella Tomba n.2, in “Notiziario della soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana, 7.

M. Battaglia, Y. Godino, Sovicille (SI). Malignano e il suo territorio tra IV e II secolo a.C., in “Notiziario della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana, Anno 2012”, 8, 2013

MUCELLENA (Casole d’Elsa)

​Il territorio dell‘attuale comune di Casole d‘Elsa, incastonato tra le prime propaggini delle Colline Metallifere, lambito dal corso dei fiumi Cecina ed Elsa e dal massiccio della Montagnola Senese, ha rappresentato fin dai primordi un luogo importante non solo per lo sfruttamento delle risorse naturali, ma anche per l‘ubicazione lungo importanti vie di comunicazione tra le diverse zone della Toscana centro-occidentale e di penetrazione

Con il periodo orientalizzante (VII secolo a.C.) e soprattutto con l‘età arcaica (VI secolo a.C.) assistiamo alla nascita di piccoli potentati locali che abitano in fattorie sparse nel territorio e traggono ricchezza dalla feracità del suolo e dal controllo delle vie di comunicazione: estremamente significativo in questo senso il ritrovamento della tomba in località La Senese, che tra le altre cose ha restituito due affibbiagli di bronzo decorati a sbalzo con scena di lotta. A questo periodo, con una significativa continuità fino ad età classica (V prima metà IV secolo a.C.), sono da riferire anche i ritrovamenti in località Le Poggiola, Cerrecchia e Mucellena.

Datazione del Tumulo di Mucellena VI- IV sec. a.C ? Ascrivibile al IV sec. a.C.

Si tratta di un’ampia tomba a tumulo di terra e pietre coperto da vegetazione arborea, tipico del VI secolo a.C., con sottostante tomba a camera sorretta da pilastro centrale e parete antistante l’ingresso con due nicchie.tipica di sepolture gentilizie del VI sec. a.C, ricavata nella roccia, con un pilastro centrale e sei camere ai lati, simile a quella, ben più grande, che si trova a Castellina in Chianti. L’importanza di questa struttura si deve al fatto che nel territorio della Montagnola, questo tipo di tomba è piuttosto raro, dato che la maggior parte è invece di tipo ipogeo, cioè completamente scavata sotto il livello del terreno. La tomba, a camera con pianta piuttosto complessa, presenta un ingresso con largo dromos (metri 3,5) rivolto verso S/W con tracce di banchine laterali ora ricoperte dall’ humus. L’interno è costituito da un grande vestibolo trapezioidale con stretto e allungato pilastro centrale e sei celle, irregolarmente rettangolari, disposte a coppie sui tre lati. La volta del vestibolo è a doppio spiovente con un’altezza massima di metri 2,50. Le volte delle celle laterali (tutte di oltre 2 metri di altezza) sono anch’esse a doppio spiovente con “columen” scolpito a forma di trave. Altra caratteristica sono i letti funebri con guanciale scolpito, disposti sulla parete di fondo di quattro delle sei celle. Sul “tumulo”, diametralmente opposti all’ipogeo descritto, si possono notare i resti di due paramenti murari a secco, paralleli. Sempre nel rilievo naturale, in direzione Nord esiste una piccola cavità rettangolare, crollata, forse ad indicare un secondo ipogeo.

Nel 1973 è stata rinvenuta con esplorazione di due tombe a camera con abbondanti materiali fittili Non sono conosciuti i materiali del corredo funebre e scarse sono le informazioni sul ritrovamento.

Non è da escludere un’origine più antica del sepolcro, con utilizzazione fino ad epoche più recenti.

BIBLIOGRAFIA

M.Torelli, C. Masseria, “Atlante dei siti Archeologici della Toscana”,Vol.2, pag.220

Siena, le origini: testimonianze e miti archeologici : catalogo della Mostra : Siena, dicembre 1979-marzo 1980

W.A.Mac Donald Excavations at the Etruscans necropoli at Mucellena Certino and Ancaiano: report on the 1973 season in Etruscans Bulletin of the Etruscan… III 1974 34-39

 

TOMBA DELL’AGRESTO ( Casole d’Elsa)

Rinvenuta violata e parzialmente crollata, nel 1910, è stata completamente restaurata nel 1996. E’ scavata nel consistente agglomerato sedimentale Pliocenico, chiamato comunemente in zona, “breccia”. Cronologicamente riferibile al VI sec.a.C., vi è stato rinvenuto, durante la ripulitura, solamente un piccolo e frammentario piattello in vernice nera.

La tommba presenta un “dromos” di accesso rivolto verso S/W e lungo circa quattro metri e mezzo e pendenza non molto accentuata ed è costituita da due camere rettangolari e parallele, separate fra loro da un semipilastro o tramezzo alquanto massiccio ed allungato. Il tramezzo presenta sul lato destro un abbozzo di scavo, che potrebbe far pensare alla volontà dei costruttori di realizzare un progetto di vera e propria colonna centrale, esecuzione  poi interrotta,.Una banchina continua,  fa da coronamento alle pareti delle camere, senza formare un vero e proprio doppio spiovente. L’ingresso dell’ipogeo, all’incirca rettangolare, è alto m.1,55 e in origine era chiuso da un lastrone. Anche se le ricerche hanno dato esiti negativi, non è da escludere la presenza di altri ipogei, vista la vicinanza con le necropoli di Orli e S.Niccolò. Fino a giugno 1996 la tomba non era accessibile in condizioni di sicurezza, essendo parzialmente crollata la volta di sinistra. Il provvidenziale intervento di restauro svolto dai volontari della Società Archeologica, a cui si deve dare atto di una notevole perizia tecnica, ne ha consentito la fruibilità.

POGGIO ALLA FAME – SCARNA (Monteriggioni)

Il territorio di Monteriggioni risulta essere stato interessato da notevoli insediamenti etruschi. Insediamenti che ebbero il loro maggiore splendore tra il III ed il II secolo a.C.. Reperti archeologici rinvenuti nella necropoli del Casone e tombe scoperte in zone vicine, come Abbadia a Isola, Campassini, Serfignano, danno testimonianza dell’importanza raggiunta da questo centro sul piano economico e culturale. Gli arredi funebri ritrovati, risalenti fin all’VIII secolo a.C., indicano una chiara derivazione tipologica sia da Volterra che dalle Lucumonie dell’Etruria Meridionale. La zona di Monteriggioni si trovava infatti su quell’asse stradale, noto fin dal VII secolo a.C. ed usato successivamente anche in epoca romana, che, partendo da Volterra, si congiungeva con una strada proveniente da Populonia e Vetulonia, tagliava la media Valdelsa e si dirigeva verso la Val d’Arno attraversando la zona del Chianti.

Necropoli di Poggio alla Fame, Datazione: In maggioranza tra III-II sec. a.C., con probabile uso successivo fino al I sec. d.C. E’ ipotizzabile in alcuni casi di un uso già dal V secolo a.C.

Posta alle pendici del Poggio alla Fame, collina nelle immediate vicinanze della località di Scarna, si tratta di una necropoli estesa di circa trenta tombe di inumati e incinerati. Di queste circa la metà a camera, scavate nel tufo o nella roccia, di varia pianta (quadrata o rettangolare), spesso con pilastro o banchina oppure con loculi e nicchiotti semicircolari, le altre a semplice fossa. La necropoli testimonierebbe un caso di utilizzo di lunga durata che rientra nella tipicità delle piccole necropoli dell’area senese. La necropoli testimonierebbe dell’esistenza, nelle vicinanze, di un centro abitato o di un insediamento che non è ancora stato scoperto.

Venuta alla luce negli anni sessanta del secolo scorso, fu scavata sotto la direzione di David W.Rupp dell’University of Pennsylvania, nell’ambito delle attività dell’Etruscan foundation. Nel periodo marzo-aprile 1965 fu la volta di quattro tombe di cui due a camera con ingresso a pozzetto laterale scavate nella roccia, tra luglio-agosto 1967 otto tombe a camera e dieci tombe a fossa, tra luglio-agosto 1968 quattro tombe a camera e due a fossa. Nonostante le perdite dovute a scavi clandestini, segnalati anche in epoca contemporanea, tanto che una sola tomba a camera fu rinvenuta intatta, da questa località provengono le maggiori attestazioni di ceramiche della cosiddetta Officina Senese, consistenti in frustuli di materiali ceramici a vernice nera e “presigillata” i cui resti sono conservati nel museo di Colle Valdelsa. La maggior parte dei materiali risulta similare a quelli di Malignano e Papena. In particolare va segnalato il ritrovamento nella tomba 4 di una kykix frammentaria avvicinabile al Sokra Group (prima metà del IV sec. a.C.)

BIBLIOGRAFIA

G. De Marinis,1977; Topografia storica della Val d’Elsa in periodo etrusco, pag.70.

NECROPOLI DI DOMETAIA (Colle di Val d’Elsa)

Al confine tra i territori comunali di Colle di Val d’Elsa, San Gimignano e Casole d’Elsa, in un paesaggio rurale dove pochi sono i segni della moderna antropizzazione, si trova la necropoli etrusca di Dometaia.

Le prime ricerche documentate risalgono alla fine del XIX secolo: in due rapporti di scavo (1877 e 1880) il marchese Bonaventura Chigi Zondadari, Ispettore della Regia Soprintendenza, descrive l’indagine di cinque tombe, estremamente interessanti perché identificabili come complessi gentilizi riferibili a ricche famiglie stanziate nella zona. Nonostante i riferimenti di studiosi come Ranuccio Bianchi Bandinelli o di eruditi locali come il colligiano Ernesto Mattone-Vezzi, bisogna attendere il 1972 perché la Soprintendenza alle Antichità d’Etruria, con l’aiuto del Gruppo Archeologico Colligiano, riprenda le ricerche, sospese nel 2011, a seguito dell’apertura del Parco Archeologico di Dometaia.

Ad oggi le tombe individuate e scavate sono cinquantasei, distribuite in quattro distinte aree, corrispondenti, verosimilmente, a un diverso modo di occupare lo spazio rurale nei diversi periodi di utilizzo. Dall’analisi dei contesti e delle architetture, infatti, appare chiaro come lo sfruttamento dello spazio per la costruzione dei sepolcri fosse strettamente legato alle dinamiche del popolamento: così se in piena età arcaica si utilizzava l’area più occidentale, con la costruzione di una tomba a camera ipogea del tipo a tramezzo, con l’età classica vengono sfruttate nuove aree adottando altre tipologie tombali, come la tomba a camera ipogea a pianta complessa, caratterizzata da un vestibolo rettangolare sviluppato in lunghezza su cui si aprono tre, quattro o sei camere, espressione di gruppi gentilizi stanziati nel territorio che adoperavano l’area come comune luogo di tumulazione.

Con la piena età ellenistica, grazie anche alla progressiva ingerenza della città di Volterra, nascono, accanto alle sepolture della vecchia aristocrazia in uso fino al II secolo a.C., nuovi ipogei gentilizi, spesso circondati da tombe più modeste (a camera semplice o a fossa), che nella disposizione spaziale tradiscono un legame ideologico e sociale con i gruppi egemoni. L’ultimo utilizzo della necropoli è di piena età romana, testimoniata da sepolture a fossa quadrata destinate ad incinerati, accompagnati da scarsi elementi di corredo.

Per quanto concerne i reperti, conservati in gran parte nel Museo Archeologico “Ranuccio Bianchi Bandinelli” di Colle di Val d’Elsa e nel Museo Archeologico Nazionale di Siena (Collezione Chigi Zondadari), vanno segnalati i ricchi corredi di ceramica a vernice nera e a figure rosse di produzione volterrana e, soprattutto, i frammenti di ceramica attica a figure nere e rosse, a testimonianza della ricchezza delle famiglie cui appartenevano i sepolcri.

Nel corso del Medioevo, le tombe erano conosciute e utilizzate in vari modi: infatti se le strutture vicino al complesso abitativo di Dometaia furono adibite a ricoveri e cantine (come testimoniano i numerosi frammenti ceramici recuperati nelle tombe).

BIBLIOGRAFIA

Angeloni A., Bandinelli G., Progetto Dometaia, in “Milliarium”, VI, 2006, pp. 8-13.

Baldini G., La tomba n. 2 ed il sepolcreto orientale in località Le Ville. Contributo alla definizione della necropoli in età etrusca, in Baldini G., Bezzini M., Ragazzini S. (a cura di), La Collezione Bargagli nel Museo Civico Archeologico e della Collegiata di Casole d’Elsa. I materiali di proprietà comunale, Colle di Val d’Elsa, Salvietti & Barabuffi, 2012, pp. 45-71.

Baldini G., Note sul popolamento di età etrusca in Valdelsa: la ‘facies’ arcaica, in Schörner G. (a cura di), Leben auf dem Lande. ‘Il Monte’ bei San Gimignano: Ein römischer Fundplatz und sein Kontext, Internationales Kolloquium (Jena, 19–21 Juni 2009), Wien, Phoibos Verlag, 2013, pp. 145-177.

Baldini G., Beninati G., Nastasi S., Ancora sul “Parco Archeologico di Dometaia”, in “Milliarium”, IX, 2011, pp. 36-43.

Baldini G., Cianferoni G.C., I protagonisti: Bonaventura Chigi Zondadari (1841-1908), alle origini dell’archeologia in Valdelsa, in Paolucci G. (a cura di), In viaggio con i grandi archeologi. Sulle tracce degli Etruschi nelle terre di Siena, Milano, Silvana Editoriale, 2010, pp. 41-43.

Baldini G., Paluffi G., Roncaglia G., Colle di Val d’Elsa (si). Necropoli etrusca di Dometaia, in “Notiziario della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana”, 5/2009, Borgo San Lorenzo, All’Insegna del Giglio, 2010, pp. 391-395.

Baldini G., Ragazzini R., Uno skyphos inedito del Pittore di Milano nel suo contesto di ritrovamento, in Bastianoni C. (a cura di), Studi e memoria per Lovanio Rossi, Firenze, Edizioni Polistampa, 2011, pp. 61-106.

Boldrini F., L’alta e media Valdelsa in periodo etrusco: una sintesi storico-topografica, in “Miscellanea Storica della Valdelsa”, XCVI, 257, 1990 [1991], pp. 235-268.

NECROPOLI DEL PORTONE (Volterra)

L’antica necropoli, detta del Portone o dei Marmini, s’estendeva a partire da questo punto; era costituita in massima parte da tombe di età ellenistica, con qualche tomba più arcaica, ma continuò a essere frequentata anche in età romana. Gli scavi cominciarono ai primi del Settecento e portarono alla luce centinaia di tombe il cui materiale rifornì il collezionismo antiquario dell’epoca.
Da allora gli oggetti trovati nella necropoli hanno viaggiato moltissimo e ne possiamo ammirare esemplari in musei di tutto il mondo. Una grande quantità di oggetti, rinvenuti durante degli scavi effettuati negli anni 1818-1834 da Giusto Cinci, uno dei proprietari terrieri di questa zona, fu acquistata in blocco dal Granduca Leopoldo II nel 1828. Questa collezione passò poi al Museo Archeologico di Firenze dove sono ancora oggi conservate; è possibile vedere le urne nella sala X, sulle pareti di sinistra, insieme ad altri materiali provenienti dal territorio volterrano, mentre i gioielli sono visibili nella sezione degli ori provenienti dalle collezioni medicee e lorenesi (sala I, vetrina IV; sala II vetrina I e II).
La maggior parte delle tombe, a causa della pessima conservazione delle strutture, vennero ricoperte e oggi sono visibili solo due di esse; altre tombe, che possiamo vedere dalla strada, furono rinvenute negli anni ‘60 durante i lavori per la costruzione della strada.
Attraversiamo la porta e dopo circa 300 metri troviamo le prime tombe. Le tombe, in origine,erano disposte lungo le vie di comunicazione; in questo caso la strada non corrisponde a quella antica che era più a Est. Le sepolture che vediamo oggi lungo la via moderna sono quelle che in origine si trovavano ai margini della necropoli; questo fatto, e la pessima conservazione, ci danno un’ impressione di povertà che non corrisponde alla realtà, visto che alcuni dei corredi funerari provenienti da questa si rivelarono fra i più ricchi della città.
Gli ipogei sono costituiti da una o più camere scavate nell’arenaria di varie forme e dimensioni: circolari, quadrate, ellittiche; generalmente sono formate da una sola camera a cui si accedeva tramite un corridoio in leggera pendenza (chiamato dròmos). Gli ipogei erano spesso segnalate da un tumulo sormontato da cippi a forma di cipolla, di pigna o di obelisco. Si sono conservati numerosi esemplari di questi cippi che in epoche successive venivano molto spesso riutilizzati per altri scopi; significativa appare la presenza, all’interno del battistero di Volterra, di un cippo in marmo utilizzato come acquasantiera. Il tumulo poteva anche essere sostituito da un monumento funerario costituito da una costruzione in pietra più o meno complessa.
Le ceneri dei defunti erano racchiuse in urne in pietra o in vasi cinerari. A Volterra si diffonde, a partire dal IV sec. a. C., la tendenza ad utilizzare vasi decorati con figure rosse di imitazione greca che erano prodotti sul posto. Questo tipo di vasi, chiamati kelèbai, erano lavorati probabilmente da artigiani locali che avevano contatti con artisti greci ed erano esportati sia nel territorio controllato un nobile.